martedì 16 gennaio 2007

Il molle-agiato

Rock e lento, nuovo metro di tassonomia qualunquista preconizzato dal qualunquista per antonomasia Adriano Celentano.
Eh si, rieccolo redivivo uscire dalla sua lussuosa spelonca dove se ne sta rintanato come un orso in laborioso letargo 365 giorni su 365; letargo laborioso speso a preparare fantasmagoriche scenografie, duetti e riesumazioni di mummie dell’avanspettacolo e censurati queruli portatori, nell’ordine, di:
1) Audience accompagnata da graveolente tanfo di sarcofago;
2) Polemichetta (molto “etta”) col quale riempire la pseudo programmazione RAI, ramo Talk show.
3) Geremiade infinita della sinistra sulla censura sistematica applicata dall’autoritario (Sudamericano, illiberale ecc.ecc. ) governo Berlusconi e relativa domanda sputtanatrice della destra: <<>>
Dubbio di inciucio D’Alema-Biscione ai tempi della bicamerale.
Faccio notare che per ovvie ragioni di spazio e risapute questioni di umanità ho risparmiato ai lettori il tedio delle cazzate in prima pagina sfornate da una caterva di quotidiani e settimanali; le stupidaggini en plein air di certa satira televisiva falsa e demagogica e tanto altro che non vi sto a dire per ottemperare all’impegno di non annoiarvi preso quattro righe fa.
Dunque,dove eravamo rimasti? Ah si! Ad Adriano Celentano.
Adriano Celentano ritorna a illuminarci col suo irriverente genio, e al suo irriverente genio plaudono in molti e insospettabili perfino.
Vittorio Feltri, in primis, il quale ha reputato sconveniente l’opzione diffamazione + querela, ormai collaudata, e da comare ha cantato schiettamente le lodi al cantautore, dirottando però l’attenzione sull’opportunismo e la furbizia del personaggio (notoriamente equilibrista e capace di clamorosi voltafaccia) più che sul suo dubito orientamento a sinistra.
Insomma, almeno per questa volta Feltri è riuscito a tenersi alla larga dal ruolo di Elliot Ness della situazione che scopre il marcio finanziario celato dietro la presunta immarcescibilità del vip popolare amato da tutti (e, torno a ripeterlo, ha evitato cosi l’ennesimo, lungo cavillo burocratico).
Dalle pagine del “Foglio”, frate Ferrara lo assolve bonariamente, felicitandosi col diretto interessato per il successo ottenuto dal programma (e chi lo avrebbe messo in dubbio?) e complimentandosi per la pacificatoria scelta di ospitare “coloro che tornano dopo una lunga assenza”.
Il ritornante è Michele Santoro, bestia nera di Ferrara, cacciato dalla RAI col beneplacito dell’elefantino; elefantino entusiasmato dalle coreografie del programma, per il quale profonde aggettivi strampalati e rutilanti (tra le tante <<>>, con la Carmen impersonata dalla procace Luisa Ranieri).
Su un punto Celentano è riuscito: mettere d’accordo Giuliano Ferrara e Curzio Maltese, che dalle colonne di “Repubblica” osanna “Rockpolitik” come la <<>>, a dispetto della palesata idiozia degli assunti.
Le reclame poi hanno fatto passare la più falsa delle immagini con cui si potrebbe targare il molleggiato, quella dell’ultimo dei Pasolini (ma, ahi me, di Pasolini ce n’era uno solo!) dell’incontaminato “selvaggio buono” Rousseuiano, a cui è configurabile anche a livello psicosomatico: vedere la faccia scimmiesca del molleggiato, Lombroso lo avrebbe rinchiuso seduta stante in una gabbia per bertucce con tanto di banane e chincaglierie. Purtroppo Celentano di incontaminato ha davvero poco. Ha cavalcato da viscido camaleonte tutte le epoche e tutte le mode, ha fatto propri, risemantizzandoli in chiave qualunquista, gli stilemi dell’ecologismo oltranzista, ha speculato sulla fame nel mondo e sulle varie congiunture economiche, è stato bravissimo, in tempi non sospetti, a condannare tutto e tutti: la televisione ai tempi di “Svalutation” con l’allusivo invito a spegnergliela davanti alla faccia; la donazione degli organi umani con l’assurdo grido d’allarme da incubo Orwelliano che condannava la presunta arbitrarietà della procedura: “doniamo gli organi? enbè, mettiamo che domani mi sveglio senza una gamba!” .
L’irritante costume, ormai invalso ovunque, della polemica ad ogni costo, la provocazione per la provocazione a livelli di gratuita ovvietà e irraggiungibile insensibilità verso gli spettatori, tutto piegato al personale traguardo mondano del “far parlare di sé”, altro che meditativa intelligenza al servizio del cittadino.


Barbera Filippo

giovedì 11 gennaio 2007

Bocca taci!

Rimescolando la storia della prima repubblica, può capitarci di incontrare il Giorgio Bocca investigatore che indaga, occhiali scuri, taccuino, penna e pistola nel fodero, sui retroscena della strage di piazza fontana, pervaso da pessimistico e sarcastico odio anarchico verso la polizia. Rettifico: verso i capoccia della polizia.
Entrato in una scuola di periferia della mole, e siamo gia nel versante Philip Marlowe o del suo corrispettivo Siciliano incarnato da Salvo Montalbano, per tenervi un fervorino sulla resistenza, Bocca si vede scacciato in malo modo dal lancio di frutta e verdura e mandato americanamente a quel paese: “vaffanculo nonno!”.
La preside lo crede un successone e aiuta l’ex partigiano a tirarsi fuori da un sicuro linciaggio. Quegli immigrati terroni non avevano mai sentito parlare di resistenza, non erano ancora nati ed erano cresciuti nel mito del bandito Giuliano, trasfigurato dalla credulità popolare in una sorta di Robin Hood o Zorro locale.
Bocca continua la monotona predica puntando l’indice sull’etica del malcostume perseguita dagli Italiani (figli indegni, in qualche modo, di Michelangelo e Leonardo), su preciso assist dei corrotti governanti.
Benché apprezzi i buoni propositi del giornalista, frutto di una viscerale e anche sincera e accorata indignazione di un figlio della resistenza, le reprimende e le escandescenze da sanculotto finiscono presto per stancare e far circolare l’infausto provirus del qualunquismo, abile a inserirsi sotto la cromatura del civismo.
Cerchiamo di finirla una buona volta con il malsano dopolavoro e dopopranzo dello sparare a zero sulle istituzioni, schifose, della prima, seconda o non so che diavolo, repubblica; troppe cartoline e storielline e facce fotogeniche ci offre la politica in questo presente, con un giornalismo diviso in fazioni ed estraneo al senso critico; ma non è coi de profundis ne col roba da chiodi generalizzato ed esteso a levante e a ponente che riusciremo a migliorare e a costruire qualcosa.
Il dissociato che scrive per la Stampa e per il Corsera è uno con una personale visione del paese e del mondo che può essere condivisa o respinta, ma non è e non può essere sistematicamente tacciato di collaborazionismo e scarsa sensibilità al delicato argomento dell’informazione, libera informazione, italiana.
Riccardo Barenghi, Piero Sansonetti, Adriano Sofri e Lucia Annunziata hanno avuto i loro bei dispiaceri dagli anomali mass media italiani, perché chiamarli pure imbelli o “terzisti” (che non sono) con tanto di perfide virgolette?

Filippo Barbera

Il lungo addio

La casa delle libertà tributa un lungo applauso a Silvio Berlusconi, finalmente presente in aula. E l'immagine simbolica del nuovo medioevo ventilato trentanni fa dal professor Umberto Eco. Il pamphlet del semiologo esce dunque dalla casualità cui sembrava inchiodato, una casualità psicotica di uno fissato col medioevo e che sfrutta ogni occasione per dimostrare come ce l'abbia a morte coi mass media. Questo applauso da claque, lungo e spropositato, pensato e attuato unicamente per ostare la parola al presidente del consiglio Romano Prodi, descrive il perdurare della ademocraticità della coalizione di centrodestra. Coloro che si ritengono ragionevoli in quella bolgia scomposta farebbero bene ad accelerare il processo di transizione della leadership, proprio come accadde quindici anni fa ai paesi dell'est europeo svincolatisi dal potere sovietico. Un applauso totalizzante che stava a significare: "il nostro capo è lui, noi apparteniamo a lui, non siamo niente senza di lui, moriremo con lui" (?). La libertà democratica ha fatto il suo diligente corso estromettendo Silvio Berlusconi dall'incarico di presidente del consiglio di tutti gli italiani, ma per una schiacciante maggioranza di senatori e deputati il capo resta e resterà LUI, al di là dell'esitante ma legale responso delle urne.
Così la pensano una buona porzione di italiani, impauriti dai provvedimenti del nuovo governo, nei confronti del quale continuano a mantenere riservatezza, diffidenza, rassegnato pessimismo. Parecchi prendono le sembianze di agitatori denunciando l'aumento inaccetabile delle tasse, i provvedimenti vendicativi e intimidatori nei riguardi di tassisti, farmacisti, avvocati e altre categorie legate elettoralmente alla destra. Molti di questi inopinabili agit-prop di destra sono innocenti vittime del grido di allarme terroristico e sconsiderato lanciato da Berlusconi e da altri conestabili della Cdl. La strategia del nemico alle porte, del fare terra bruciata rifiutandosi di pagare le imposte con la renitenza fiscale, nuoce specialmente alle fascie sociali che questo centrodestra fuorilegge dovrebbe tutelare. Berlusconi è il più grande errore della destra italiana moderata e la più grande opportunità per quella estrema, antisociale ed eversiva. Ha corrotto persino i missini e i centristi conservatori anche se non completamente; certo ha inferto un duro colpo alla attendibilità di tali formazioni politiche.
Il consiglio spassionato e prezioso che posso io uomo di sinistra dare è quello di disfarsi di questo ingombrante fardello. L'esperimento cesarista è fallito. Casini si persuada che i partiti costituenti la Cdl non possono essere ricondotti nè alla logica delle correnti interne della balena bianca nè alle tattiche ricattatorie e condominiali praticate negl'anni del pentapartito o del centrosinistra del boom. Va aperto poi un serio e impegnativo dibattito sul riformismo della destra, argomento che non travaglia mica la sola sinistra, dilaniata e dissociata tra i nostalgici di Fidel e gli avanguardisti del partito democratico.
Se da questa ipotetica discussione intestina uscirà in maggioranza la voce riformismo e modernità, allora sarà conveniente tagliare i ponti una volta per tutte con la Lega e con quanti non possono fare a meno della collaborazione (che a quel punto muterebbe in coabitazione forzata, sempre se gia non lo è) con l'asse del nord. Un bel congresso plenario, che scuota fin dalle fondamenta il moderatismo conservatore dello stivale, traghettandolo verso una spiaggia che gli permetta di condurre una serena opposizione. Ora come ora, nelle condizioni d'oggigiorno, ribaltone o meno, non andreste da nessuna parte.

Filippo Barbera

Jack London, un lupo metropolitano.

A parte la rigidità di alcuni personaggi canonici, il romanzo Martin Eden è un'interessante e tragico ritratto dell'artista giovane all'americana.

Avete letto per caso Martin Eden, il libro eminentemente autobiografico del grande Jack London?
Bè, ve lo sunteggio io. Cominciamo con una piccola premessa meschina meschina. Chi ricorda in "C'era una volta in america" il giovane Noodles sfogliare nel cesso di un casermone il suddetto romanzo di London? Lasciamo perdere. Un giovane marinaio di fine 800', bello (o almeno irresistibile alle ragazze), dal collo taurino, abbronzato, massiccio, ignorante come una gallina e tuttavia desideroso di imparare le lettere e la filosofia e tante altre cose per poter scrivere le proprie avventure marinaresche e dar sfogo alla sua sterminata fantasia.
E questo l'incipit e, se vogliamo, il leitmotiv del libro, che inizia col protagonista che salva la vita ad un giovane borghese e viene accolto a casa dai genitori di questo, dove conosce la laureanda Ruth Morse, sorella del beneficiario del buon samaritanismo di Martin.
Discutono di cultura: letteratura, filosofia e sapere in generale.
Martin, neofita, crede lontani e irraggiungibili tutti quei libri che scorge nella biblioteca della casa della ragazza.
Accetta il consiglio di lei, iscrivendosi all'università, ma lo studio è lì accademico nel vero senso della parola. Gran professoroni boriosi si prendono gioco di lui non riuscendo ad afferrare e stimare le doti e il genio letterario del ragazzo: un disastro l'esame di storia Americana. Ma lui persevera, vuole un futuro diverso, una posizione, celebrità per se, per Ruth, per la sorella e i nipoti che vivono una vita rispettabile sbarcando faticosamente il lunario.
Va a vivere da solo, scrive e riscrive un pozzo di storie, novelle a iosa, anche alcuni romanzi. Passa attraverso mille esperienze: lavora in una lavasecco in condizioni quasi disumane, collabora da dipendente regolarmente snobbato ad un giornale come scrittore di feuilleton, pratica la più bassa vita da bohemienne, vendendo e ricomprando lanterna, cucinino e abiti al banco dei pegni per sobbarcarsi le spese.
Incontra un filosofo vagabondo e tubercolotico, Brissenden, che lo introduce in una singolare comunità di liberi pensatori lerci e colti e lo incoraggia a proseguire nell'attività di scrittore.
Sperimenta la carità con una donna portoghese madre di una nidiata di figli, l'amore alternativo e frenato con una piccola operaia.
Raggiunge il successo e il denaro, ma a quel punto perde la volontà di
vivere, la stima profonda e autentica della gente. Riflette e matura la convinzione dell'ipocrisia e della grettezza di Ruth e di tutta la razzumaglia borghese, della loro concezione miserabilmente utilitaria della cultura, avversa al demone artistico maledetto e solitario.
Mentore e complice di Martin è Joe, compagno di sventura nell'infernale lavasecco liberatosi dal lavoro e diventato portentoso globe-trotter che vive di elemosina, quasi un Vitangelo Moscarda ribellatosi al capitale, che ha mandato al diavolo il dovere e il lavoro.
L'utopia anarchica è negli Stati Uniti quello che l'utopia socialista è stata per la vecchia Europa.
Rifiutando di costruirsi una vita "borghese" e vuota, impossibilitato a scampare all'appiccicosa notorietà, si imbarca in una nave di crociera.
Una notte stellata lo convince a mettere in atto il piano meditato da tempo. Si lancia dall'obloe della nave e nuota per qualche minuto.
Poi, piano piano, lentamente, si lascia sprofondare e recide ogni legame con la vita e con gli uomini per compenetrare nella natura e contemplare lo spettacolo meraviglioso offerto dai fondali marini notturni. Abbandonatosi al nulla, non sente più niente.
E nell'istante in cui lo viene a sapere, smette di saperlo.
Stupendo.

Filippo Barbera

Di Terzani e della Fallaci

Non possiamo debellare il male del terrorismo senza eliminare il male che è nel grembo dell'occidente: Tiziano Terzani, allievo di Ghandi e Buddha dà una grande lezione di stile alla valchiria Oriana Fallaci.
Usando l'intelligenza e la soave contemplazione degli orientali anzichè la vorticosa, nevrotica e corriva stupidaggine consequenziaria occidentale. Elmetto e parabellum vanno bene ai gonzi che travestono il problema dei tempi (l'imponderato scontro di civiltà e di religioni) con il confortevole e comodo costume della tragedia greca, con tanto di sacerdotesse, responsi e visioni di prescenza divinatoria estratte dalle vive viscere di animali. Uno stile e un gusto macabro come ogni dottrina ingessata, come ogni mortifero credo ideologico che si crede al di sopra dell'uomo e della ragione solo perchè la temperie politica internazionale è di merda e in tutto questo casino è ritenuto saggio scordarsi il relativismo, essenza nascosta dello spirito democratico e non solo rilassante cacadubbismo.
Terzani è un monaco guerriero nel senso dello spirito; anacoretico ed eretico, paziente e tollerante anche nelle critiche spietate, che sono poi il comodo domicilio di colui che ha capito poco o nulla, che è rimasto basito e travolto dagli eventi senza aver avuto tempo e perizia di esaminare la faccenda a sangue e mente fredda. L'uomo di mondo fattosi uomo della strada, defilatosi da ogni impegno e uscito in tempo dalla casa dell'ideologia, in tempi non sospetti, quando ancora il tetto reggeva in tutta la sua solidità.
Per farla breve Terzani si aggrappa Leopardianamente allo scoglio della ragione, del relativismo, dell'utile e rivelatoria speculazione filosofica e storica. Fa degli esempi elementari, daccordo, ma su cui nessuno degli storiografi si è seriamente soffermato, occupato a stilare cifre statistiche fredde come ghiaccio, sancire l'ascesa o la caduta di grandi potenze, celebrare il declino dell'occidente. Dimenticando il lato delle conseguenze etiche e morali del colonialismo, delle ferite e dei virus, insomma la nemesi storica che potrebbe coglierci in vecchiaia, oramai santi e buoni, democratici e altruisti verso il resto dell'umanità che ieri c'è servita da risorsa umana per lo sviluppo della nostra civiltà.
Come direbbe un prof. di storia economica ai suoi allievi, come diceva Himmler alle sue SS.

Filippo Barbera

Arruso.

Pierpaolo Pasolini, personaggio a volte conformista a volte anti-, al tempo stesso comunista eretico e ortodosso, provocatore e moderatore, innovatore, sempre, nel suo poliedrico magistero artistico. Progressista filosoficamente, tradizionalista nella dialettica, in buona parte antiradicale creduto criptoradicale dai compagni comunisti e universalmente spacciato per pezzo pregiato della gioielleria radicale dal troppo verde per ricordare Daniele Capezzone. Un pezzo pregiato ed eccentrico, un poeta di fede marxista cosciente del paradosso
della comunicazione in cui viveva fino all'autodenuncia. Un intellettuale mai soddisfatto e mai sereno, sempre alla ricerca della libertà nella libertà, come consigliava Toqueville (certo non uno dei mentori di Pasolini) a tutti gli spiriti degni della democrazia.
Sempre in trincea a denunciare le mostruosità della società e a trovare un tratto negativo nei fenomeni che polarizzavano l'attenzione e l'entusiasmo dei più. Memorabile "comizi d'amore", documentario del 1964 sulle abitudini amorose degli italiani che cambiano, capace di schiantare una vanesia Oriana Fallaci, mai così ottimista e libertaria coi giovani che andavano dalla fabbrica alla pista da ballo in 500 e fregandosene della lotta di classe. Pronta la risposta di Pasolini: <<>>. Oggi Oriana sembra avere abbandonato le magnifiche sorti e progressive per iniziarsi come Leopardi, ma con meno finezza e discrezione, al pessimismo cosmico. Un costante volersi distinguere e voler praticare la via del paradosso democratico, con eleganza e verve dissacrante congeniale ad un liberale come lui, degno collega di Wilde e Shaw. Lungimirante e acuto, omosessuale coi sensi di colpa derivanti dal suo essere cattolico e borghese; difensore (da ateo marxista) dell'essenza del cristianesimo, tanto da dedicare alla figura di Cristo
un film bellissimo "il vangelo secondo Matteo" e un piccolo ritratto, quella "ricotta" con Orson Welles nei panni di un regista americano marxista che stigmatizza la società italiana, e col sottoproletario affamato che muore d'indigestione in seguito a un pasto luculliano passatogli dalla troupe. Per divertimento ovviamente, acuta metafora del boom economico e del benessere a portata di tutti, strumento surrettizio del potere usato per imbonire la massa e continuare indisturbato il suo perverso esercizio. Temi onnipresenti nell'arte pasoliniana, dalla fase neorealista al periodo surrealista culminato in "Salò". E pensare che qualcuno l'ha definito un personaggio "tecnicamente reazionario" (Giuliano Ferrara) solamente perchè aveva consigliato di spegnere la televisione, luogo della menzogna sistematica, da ottimo sociologo.
Altri, nella eco che ha accompagnato i trent'anni dal suo brutale assassinio, lo hanno definito semplicemente per quello che era (tra l'altro): un poeta. Lo disse Bernardo Bertolucci, anch'egli poeta e figlio del poeta Attilio, il giorno del funerale di Pasolini.

Filippo Barbera

Tanto rumore per nulla.

Mesi fa si dibatteva a proposito della figura si Joseph Stalin, uomo politico e tiranno a seconda delle angolazioni da cui lo si osserva, su cui la storiografia discute da decenni. Luciano Canfora, esimio storico di stretta osservanza marxista, non si perita di paragonarlo addirittura a Pericle, l’eroe Ateniese che si avviò sul viale del tramonto subendo un processo con l’accusa di peculato; una fine lontana da quella del “batjuska” giustiziere dei nazisti, pianto da milioni di russi nel giorno del suo funerale. Tra i punti di maggiore complessità su cui gravita tutta la querelle, segnalo la bontà o meno del patto Ribbentrop-Molotov, accordo di non aggressione, brillante mossa per tergiversare operosamente e mettere al riparo la poderosa industria sovietica (smontandola da Mosca, Leningrado e Stalingrado e rimontandola poi oltre gli Urali) dal selvaggio imperialismo di Hitler, considerato da molti come la prova tangibile del precario equilibrio psicofisico del dittatore sovietico, della sua illimitata e perversa tirannide sanguinaria e masochista immune dalle preoccupazioni per la sorte dei polacchi e degli stessi Russi.
Comprendo la miriade di banalità sfornate da quanti fraternizzano con questa strampalata idea della sub asse Mosca - Berlino: <<>> ecc., senza escludere le improprie diramazioni di una complessiva presa di posizione antimarxista; attenzione, non antibolscevica, ma antimarxista, poiché è da lì, ab imis, che provengono i guai.
Parrebbe gia una castroneria identificare il bolscevismo col marxismo, che equivale a comparare l’ecstasi col caffè, figuriamoci immaginare una comunella o sfiorata comunella tra Hitler e Stalin.
La critica alle finalità escatologiche del marxismo, cioè la rivoluzione, il ribaltamento delle classi e la dittatura del proletariato come unica soluzione valida ai contrasti stridenti del sistema capitalista, inizia nella seconda metà dell’800’ con la scuola economica tedesca, i “socialisti della cattedra”, impegnati a dimostrare la verità marxiste e avanzare proposte di interventi statali riformatori, confutando ed enucleando gli aspetti dottrinari e rivoluzionari, inapplicabili senza un sovvertimento delle istituzioni liberali e democratiche di una nazione.
Questa vuole essere solo una modesta nota a margine, essenziale per inquadrare il nodo centrale del tema, che è Stalin e il bolscevismo e non il comunismo e l’ideologia marxista in generale o peggio il Marx economico, molto distante e molto discutibile dal Marx filosofo, genitore di una coscienza operaia, di quell’immane stereotipo di filosofo e critico impegnato ad impostare il comportamento, lo stile di vita, le letture, i film e lo sport di un proletariato indifferente, come in “uccellacci e uccellini“, scremando ciò che è (o può apparire all’intellighenzia sovietica col parabellum spianato) incline ad una estetica e ad una etica borghesi. Non fu Marx ad insegnare ai russi di denunciare i propri vicini di casa.
Detto ciò, se parliamo di tirannide o atrocità un raffronto tra i totalitarismi nazista e sovietico (non comunista!) è senz’altro possibile, ma se ragioniamo col senno del poi di un sedicente accordo per stritolare la Polonia ed il liberalcapitalismo occidentale ecco che ogni tentativo di giustapporre i due dittatori diventa inaccettabile, e inapplicabile ogni tipo di paragone. I morti prodotti dai lager poggiavano su di una delirante teoria pseudo scientifica antropologica, la supposta superiorità della razza ariana; i morti dei gulag su di un’altrettanto stupida tesi, inerente l’ideologia, le classi sociali e via elencando.
La stessa motivazione, in ultima istanza, per cui furono trucidati centinaia di migliaia di cittadini argentini, cileni, boliviani, cubani da feroci regimi militari telecomandati dai capoccia di Washington.
Gettati in pasto agli squali, fucilati in massa negli stadi, luogo canonico della tradizionale gioia di vivere dei sudamericani.
Altra polemica quella di vietare l’esposizione in pubblico della bandiera rossa con falce e martello per rispetto verso quei paesi dell’est europeo da poco entrati nella UE. Rendiamoci conto che una simile decisione seppellirebbe anni e anni di lotte dei lavoratori di tutto il mondo: la bandiera rossa trapuntata di falce e martello è stato il vessillo della speranza di un futuro migliore per milioni di operai, contadini e minatori angariati da franchigie di innumerevoli specie.
L’operaio francese, il contadino cinese, il servo della gleba russo (o l’anima?), il “cafone” dell’Italia centro meridionale, il minatore peruviano hanno avuto, per intere generazioni, una storia diversa da raccontare ai nipotini rispetto a quella del lavoratore polacco, ceco, ungherese, bulgaro, romeno.
Rispetto verso quanti hanno lottato per la libertà e la giustizia per vedere riconosciuto il proprio sudore, sempre e comunque, sia contro l’armata rossa o la CIA , sia contro i gendarmi di Bava Beccaris. Sotto qualunque bandiera: è una questione di umanità, non di araldica politica.

Filippo Barbera.